La Vetrina degli Scrittori #29 – Giuseppe Zolli

La Vetrina degli Scrittori #29
Giuseppe Zolli

Bentrovati Lettori al nostro appuntamento con gli autori emergenti.
Ospite del giorno è Giuseppe Zolli che è venuto a trovarci per presentare il suo libro ed a scambiare due chiacchiere con me.
Curiosi? Bene allora, non perdiamo altro tempo e scopriamo subito qualcosa in più su di lui e sul suo libro!

La miglior cena della mia vita ((Dis)avventure ai confini dell’Universo Vol. 1)
Pagine 136
Prezzo cartaceo € 3,99

Sinossi
Theofilus Pilas lavora per la rivista “Sbrizzi e sberleffi”, una delle riviste più lette di tutta la galassia, e il suo compito consiste nello scrivere articoli e recensioni su locali e ristoranti alla moda.
A causa di un pezzo non molto riuscito, è costretto, per punizione, a scrivere un articolo sul locale più alla moda, più esclusivo e, soprattutto, più inaccessibile che esista: il ristorante “Ai confini dell’Universo”.
È così che, armato del suo blocco-note e del suo caratteristico cappello marrone da cowboy, Pilas inizia un viaggio a bordo della sua Nimbus 9000, che lo porterà in giro per tutta la galassia, affrontando pirati spaziali, vecchi amici, e perfino solitari vecchietti amanti del tè.

Breve intervista

Ciao Giuseppe, bevenuto nel mio angolino di web.
Grazie di essere mio ospite. Ho qualche domanda per te, semplice semplice. Sei pronto?

D: Raccontaci, quando e da dove nasce il tuo amore per la scrittura?
R: Dunque, la prima volta che ho sentito il bisogno di raccontare una storia risale ai tempi del terzo anno di liceo. Fu quella la prima volta che misi su carta la mia prima storia, che aveva come protagonisti tre ragazzi, Nathan, Brendon e Dylan (ispirati a tre noti personaggi dei fumetti Bonelli), che dovevano combattere contro le forze del male. Ovviamente, era qualcosa di molto stereotipato e molto acerbo, ma fu quello il punto in cui tutto ebbe inizio. E quell’universo fantasy, che avevo creato, mi appassionò a tal punto che di quella storia scrissi addirittura due seguiti, ma nessuno di quei racconti fu mai pubblicato, per ovvie ragioni, e furono solo un banco di prova su cui sperimentare e cominciare a capire le mie potenzialità.
Successivamente, intorno al terzo anno della laurea triennale, pubblicai il mio primo libro, intitolato Cronache di un sogno, con la defunta casa editrice italiana Boopen, che all’epoca era una delle pochissime case editrici che consentiva a chiunque di pubblicare in maniera del tutto gratuita, un po’ come fa Amazon al giorno d’oggi.
Purtroppo, quel libro, che conteneva una raccolta di sette racconti (tra i quali anche quello con cui avevo partecipato alla terza edizione del Premio Oltrecosmo), fu praticamente snobbato e non ebbe modo nemmeno di farsi conoscere.
Da quel momento trascorsero circa otto anni, durante i quali non scrissi più nulla, sia a causa degli impegni universitari sia soprattutto a causa del fatto che ero ormai sfiduciato dal mondo dell’editoria, che non concedeva (e grosso modo non concede tuttora) alcuna occasione a quelli come me, che non hanno nessuno sponsor alle spalle.
Tuttavia, è impossibile ignorare ciò che si muove lì, nel profondo di ciascuno di noi. E così, otto anni dopo, nel dicembre scorso, ho pubblicato con Amazon quello che è, di fatto, il primo libro di questo mio nuovo inizio, ambientato in un universo che avevo in mente già da tantissimo tempo, ma a cui non avevo mai avuto il coraggio di dar vita.
Ma, se guardo ancora più indietro nel tempo, posso dire che il mio amore per la scrittura è radicato in me fin da quando ero bambino.
Infatti, a quel tempo mi divertivo a giocare con i miei amici a “fare i film” (eh si, non c’erano ancora i videogiochi, Internet, gli smartphone e cose simili. Bei tempi!), il che significava scrivere una piccola sceneggiatura di un ipotetico film e poi recitarla al meglio. E, manco a dirlo, chi scriveva le sceneggiature ero proprio io.
Quindi, di fatto, si può dire che la scrittura per me non è semplicemente una passione o un sogno, ma rappresenta proprio un aspetto piuttosto rilevante della mia personalità.
D: Com’è il tuo rapporto con i libri? Hai un autore o un genere preferito?
R: Ho sempre avuto un rapporto molto buono con i libri, anche se ho sempre preferito di più scrivere che leggere.
I miei due generi preferiti in assoluto sono la fantascienza e il fantasy/fantastico, e, in questo, i cartoni animati e i film degli anni ‘80 e ‘90, oltre ai videogiochi e ai fumetti dell’epoca (e, più in là, i telefilm come X-Files, Taken e Heroes), sono stati fondamentali per alimentare la mia passione per questi due generi.
Durante gli anni del liceo ho avuto modo di leggere alcuni fra i grandi maestri del genere, come Ray Bradbury con le sue Cronache marziane, Jack Finney con il suo indimenticabile L’invasione degli ultracorpi, e Isaac Asimov con Io, robot (che, devo essere sincero, mi lasciò un po’ l’amaro in bocca, dato che avevo da poco visto al cinema il film omonimo con Will Smith, che è completamente diverso dalle vicende narrate nel libro e che, per certi versi, racconta una storia anche più interessante).
Infatti, in quel periodo uscì in edicola una serie della collezione Urania, che riproponeva tutti i migliori libri dei grandi maestri della fantascienza, e quella fu l’occasione per fare una scorpacciata di molti dei più grandi capolavori e pietre miliari del genere (anche perché era mio fratello che li acquistava, io mi limitavo a leggerli dopo di lui!).
E, ovviamente, fra i più grandi maestri della fantascienza non poteva di certo mancare Arthur C. Clarke, del quale, stimolato dalla visione del capolavoro immortale di Stanley Kubrick, lessi tutta la saga dell’Odissea nello spazio (acquistata su Internet), composta da ben quattro libri (devo essere sincero, non ricordo molto di quei libri, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi due, forse perché li ho letti una sola volta e sono stati oscurati, nel mio immaginario, dal film di Kubrick).
Poi, poco più in là nel tempo, ho avuto modo di vedere il film Guida galattica per gli autostoppisti, tratto dall’omonimo romanzo di Douglas Adams. Ed è stato amore a prima vista.
Si, perché quel film mi appassionò a tal punto che finii per leggere l’intera saga, composta da cinque libri, solo per scoprire, alla fine, che i delfini sono animali incredibilmente più intelligenti rispetto agli uomini (e che sono sulla Terra in missione segreta “sotto copertura”), e che la Terra, in realtà, non è altro che un mega-super-computer, ideato da una intelligenza artificiale un po’ pazzoide, che l’ha creata per scoprire qual’è la domanda che ha per risposta 42 (il numero che è alla base della vita, dell’Universo e di tutto quanto).
Ma nel mio pantheon letterario non c’è solo la fantascienza.
In passato mi piaceva molto il genere avventura, ed ero talmente appassionato che compravo ogni nuovo libro di Clive Cussler non appena lo vedevo sullo scaffale del reparto libri del supermercato dove mi recavo più spesso con i miei genitori.
Ma ciò che non mi piaceva proprio di quel genere di narrativa era l’estrema lunghezza delle storie, il che finiva, il più delle volte, per farmi dimenticare come una storia era iniziata e ciò mi costringeva, pertanto, a perdere tempo a rileggere i capitoli iniziali.
Durante il periodo universitario, invece, ho scoperto, per caso, un altro genere, che mi piace molto ancora oggi, che è l’horror fantastico, ovvero il genere letterario che ha in Lovecraft e Poe i suoi maestri inarrivabili.
Fu una scoperta davvero inaspettata, perché avevo sempre sentito parlare di questi due scrittori, senza, però, aver mai avuto modo di leggerne i racconti.
E fu così che, notando, in edicola, un piccolo libricino, edito dalla Newton Compton, che raccoglieva alcuni racconti di Lovecraft (e che costava solo 0.99€), nacque la mia passione per questo genere di storie, che mi hanno fatto capire che scrivere un libro non significa dover riempire per forza migliaia di pagine, ma che, al contrario, ognuno è libero di dare alla propria storia la lunghezza che desidera, anche solo due pagine (e Poe in questo è stato davvero un maestro, non solo per me ma per l’intera letteratura), l’importante è che quelle due pagine esprimano davvero compiutamente ciò che si vuole raccontare.
D: A cosa ti ispiri per i tuoi racconti?
R: Beh, sicuramente i miei racconti sono influenzati da tutto ciò che costituisce il mio bagaglio culturale, sia in termini letterari sia in termini accademici, e non potrebbe essere altrimenti.
Non ho, però, uno scrittore a cui faccio riferimento, in termini di stile, perché l’unico modo che conosco per scrivere una storia è il mio.
Per quanto riguarda la sceneggiatura (mi piace molto ragionare in termini cinematografici quando parlo di un racconto, perché credo che, al giorno d’oggi, una storia, prima ancora che leggibile, debba essere “visibile”, proprio come un film) mi piace molto lasciarmi influenzare dai film che ho visto, dai telefilm (ah già, ormai si chiamano “serie TV”), dai cartoni animati (si, beh, ora li chiamano “serie di animazione” o “film di animazione”, dato che non sono più interamente fatti a mano), dai fumetti, e da tutto ciò che abbia visto, letto, o sentito durante tutto l’arco della mia vita, rielaborando le informazioni di cui ho bisogno nel modo in cui ne ho bisogno.
Per fare un esempio, ne La miglior cena della mia vita vi è un punto in cui Pilas viaggia da una parte all’altra dell’Universo (si, uso la “U” maiuscola per questa parola, perché in queste occasioni sono abituato ad identificarla non come un oggetto, ma come un insieme simbiotico e collaborativo di esseri viventi) sfruttando ciò che ha tutta l’aria di essere una sorta di tunnel sub-spaziale, che inonda l’interno della Nimbus (la sua auto-astronave) con un miscuglio di colori e forme astratte.
Ebbene, è molto chiaro, per chi ha avuto il piacere di vedere 2001: Odissea nello spazio, che quel miscuglio di colori e forme astratte richiami alla mente il tunnel sub-spaziale con cui il protagonista del film viaggia, al termine dello stesso, verso nuove ed inesplorate regioni del cosmo, sfruttando il potere del leggendario monolito nero.
D: Quanto c’è di te stesso in Theofilus Pilas? E l’idea di questo personaggio come ti è venuta in mente?
R: Generalmente, quando devo scrivere un racconto, o anche semplicemente una scena o un capitolo, non mi metto lì, sulla sedia, di fronte al tavolo (si, perché per me è fondamentale scrivere tutto prima con carta e penna, alla vecchia maniera), immaginando a come potrebbe essere o sforzandomi di tirar fuori le parole da scrivere.
No, questo per me non ha alcun senso.
Il compito di uno scrittore non è quello di inventare o di mettere assieme i pezzi. Il compito di uno scrittore è semplicemente quello di raccontare, e per farlo deve vivere la storia stessa, qualunque essa sia.
Per questo motivo, prima ancora di prendere la penna e iniziare a scrivere, devo riuscire a vedere ciò che succede e che succederà, ma non è qualcosa su cui mi sforzi di pensare. Al contrario, è come se quelle immagini fluissero liberamente davanti ai miei occhi, e, d’un tratto, mi ritrovassi a vedere un film.
Per fare un esempio, quando ho scritto il primo capitolo de La miglior cena della mia vita, mi sono ritrovato improvvisamente a ridacchiare mentre ero seduto a tavola a mangiare, e mia madre, che non poteva capire, mi ha chiesto perché stessi sorridendo. (tranquillo noi lettori ne sappiamo qualcosa delle risate e delle occhiate)
Il motivo era che avevo appena visto nella mia mente la conversazione tra Pilas e il nano barman, con tutti gli scambi di battute ironiche di cui era condita.
Ecco, è questo di cui parlo.
Allo stesso modo, Pilas non è mai stato un’idea, non mi sono soffermato a pensare quale potesse essere il suo nome o il suo aspetto fisico. Semplicemente, l’ho visto. Era lì che se ne andava a spasso nel cosmo con la sua Nimbus 9000 e ho raccontato le sue (dis)avventure.
E quando, nella scena finale del primo capitolo, ha lasciato il suo biglietto da visita al barman, dicendogli che il suo nome era Theofilus Pilas, ecco che avevo scoperto il suo nome.
Ciò che ho fatto è stato solo imporre alla sceneggiatura un paletto, ovvero quello di essere ironica e al limite del verosimile, e poi mi sono limitato a raccontare ciò che vedevo. È stato Pilas a dirmi come si chiamava.
Per la stessa ragione, non so quanto ci sia in lui di me stesso. Probabilmente, è più simile a me di quanto io non riesca a vedere. Forse anch’io avrei agito come ha fatto lui nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare, però credo che lui abbia meno self-control di quanto ne abbia io, e, soprattutto, io non me ne andrei mai in giro con un cappello marrone da cowboy!
D: Chi è il tuo primo lettore, quello a cui fai leggere la storia prima di tutti gli altri?
R: Beh, sicuramente il mio primo lettore, o meglio la mia prima lettrice, è la mia fidanzata, Rita, anche lei appassionata di libri, anche se di generi diversi dai miei.
D: Che progetti hai per il futuro? Visto che ci troviamo di fronte al Volume 1, immagino che ci sarà anche un numero 2 vero? Ti va di anticiparci qualcosa?
R: Certo che si, e, dirò di più, nel momento in cui stiamo avendo questa intervista la scrittura del secondo volume è già arrivata a buon punto.
Sarà un capitolo che farà da apripista per le avventure future di Pilas, che ho intenzione di raccontare nei volumi successivi, e che farà scoprire al lettore, così come ha fatto scoprire a me stesso, come e perché è nato il ristorante Al termine dell’Universo.
Detto ciò, mi auguro proprio che questa sia la volta buona per riuscire finalmente a farmi conoscere al mondo che c’è là fuori, non perché abbia l’aspirazione di diventare miliardario come la Rowling (certo, se dovesse arrivare una cosa del genere, sarebbe un incentivo e un riconoscimento in più), ma perché so che ho tutte le carte in regola per farlo e so che ora, più che in passato, ci sono molte più opportunità per dire al mondo: “Hey, ci sono anch’io qui!”.
Basti pensare a questa semplice intervista: dieci anni fa non c’erano blog o siti specializzati ai quali potevi segnalare i tuoi libri o a cui potevi richiedere una recensione.
Ora, invece, ce ne sono tantissimi e ognuno di loro diffonde i propri articoli anche sui social (altra cosa che dieci anni fa praticamente non esistevano).
Certo, bisogna saper scegliere a chi rivolgersi, perché non tutti hanno la serietà e le competenze necessarie per farlo. (hai ragione!!! Io non sono una letterata o un genio ma faccio il mio lavoro con passione e serietà)
Però è indubbio che al giorno d’oggi c’è una speranza anche per quelli come me. Sicuramente non sarà un percorso facile e ci vorrà tempo prima che i risultati possano arrivare, perché il mondo di adesso è un mondo in cui si pretende di avere sempre tutto e subito, in cui si stimolano i ragazzi affinché vadano a lavorare a 13 anni piuttosto che andare a scuola, e in cui la laurea ha, di fatto, perso ogni significato, perché ciò che conta non è la capacità del singolo ma quanto sia ampio il portafogli.
Ma, nonostante tutto questo, io continuo a credere che ce la si possa fare, proprio come disse il buon vecchio Marty McFly in Ritorno al Futuro: “Se ti ci metti con impegno, raggiungi qualsiasi risultato”.
Può sembrare idealismo o una mera illusione, ma io so che è vero, e so che ognuno di noi deve fare solo ed esclusivamente ciò che crede sia giusto, e non ciò che gli altri o la società credono che lo sia.
Perché è questo ciò che ci rende unici, ed è questo ciò che, alla fine, dirà chi fra noi è riuscito ad essere se stesso.

Prima di salutarti, ti ringrazio nuovamente per essere stato qui con me e torna presto atrovarci!

Bene miei cari Lettori, a questo punto saluto anche voi e vi auguro una buonissima giornata

Alla prossima
Chicca

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